Un nuovo rapporto tra Ateneo e Azienda ospedaliera

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Sanità e salute

Un nuovo rapporto tra Ateneo e Azienda ospedaliera

Un nuovo rapporto tra Ateneo e Azienda ospedaliera: la ricerca e la formazione a servizio dell’assistenza (e viceversa)

Prima di procedere con alcune considerazioni proprie di questa azione vogliamo qui ricordare che se la sanità della Regione Veneto può vantare eccellenze in quasi tutti gli ambiti è anche e soprattutto perché si è sviluppata e ha vissuto in un ambiente intriso di ricerca scientifica e di talenti che hanno portato il loro contributo di innovazione e scoperta in una città e in una università che hanno fatto della libertà di ricerca il proprio motto: Universa Universis Patavina Libertas. L’università di Padova non solo contribuisce con le sue eccellenze in molti ambiti clinici a servire la sanità regionale ma forma anche i medici che operano e opereranno in tutte le strutture del nostro territorio. Da queste brevi ma chiare considerazioni muovono le legittime richieste del nostro Ateneo di un “ritorno” al passato guardando al futuro.

I docenti di medicina si trovano nell’inusuale situazione di avere “due datori di lavoro” di cui il più importante talvolta non sembra essere l’Università ma l’Azienda Ospedaliera. Questa situazione ha generato negli anni alcune difficoltà nello svolgimento delle missioni proprie di docenti universitari e nelle procedure che i ricercatori e i docenti universitari sono soliti seguire inseriti in una convenzione con l’Azienda Ospedaliera. Alla luce delle mutate situazioni contingenti conseguenti anche all’attuale pandemia il “Protocollo di intesa tra la Regione Veneto e l’Università degli Studi di Padova disciplinante rapporto della Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Padova alle attività assistenziali del Servizio sanitario regionale” firmato nel 2017, in alcuni punti, meriterebbe perlomeno una rivisitazione. Allo stesso tempo questa potrebbe diventare l’occasione in cui Università e Regione rimettono in discussione il loro rapporto in termini di maggiore autnomia ricerca e supporto alla didattica da un parte e organizzazione assistenziale ospedaliera in termini di procedure e attività dall’altra.

Azioni

  1. Avviare una profonda e sistematica discussione con riferimento al “Protocollo di intesa tra la Regione Veneto e l’Università degli Studi di Padova….…” che porti ad una analisi degli attuali rapporti tra Università e SSR. È fondamentale riconoscere le specificità dei ricercatori e docenti medici universitari lasciando loro maggiore autonomia e supporto alla ricerca e considerando le ore da dedicare anche alla didattica in relazione all’assistenza clinica
  2. Avviare un tavolo di discussione relativamente al rilascio dell’autorizzazione allo svolgimento di incarichi esterni che dovrebbe considerare maggiormente il ruolo del principale datore di lavoro dei ricercatori e docenti universitari medici ovvero il Rettore
  3. Si deve dar vita ad una profonda riflessione con riferimento alla programmazione universitaria nell’assunzione di nuovo personale tecnico al fine di valutare l’opportunità di inserire professionalità diverse rispetto alle tradizionali, ovvero ingegneri, psicologi, fisioterapisti, tecnici di laboratorio etc. sempre più necessarie in un panorama volto all’innovazione in ambito assistenza sanitaria

Il docente inserito in convenzione con l’Azienda Ospedaliera in ragione di una compenetrazione tra attività assistenziali, di ricerca e di didattica dedica un quota del suo tempo lavoro alla attività assistenziale solitamente abbondantemente superiore al 50%, salvo poi essere valutato ai fini della progressione della carriera solo su parametri universitari di ricerca e didattica. Il “Protocollo di intesa tra la Regione Veneto e l’Università degli Studi di Padova disciplinante rapporto della Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Padova alle attività assistenziali del Servizio sanitario regionale” del 2017 recita: “L’impegno assistenziale medio dei professori e dei ricercatori universitari viene concordato a livello aziendale sulla base del criterio generale dell’equilibrato rapporto con l’impegno assistenziale previsto per la dirigenza del S.S.N. e tenuto conto della correlazione con l’attività didattica e di ricerca dagli stessi espletata; tale impegno assistenziale è pari al 50% dell’impegno assistenziale stabilito”. Pertanto vanno discussi e soprattutto proposti nuovi modelli di relazione con i servizi sanitarii regionale e nazionale, più agili, che possano prevede una diversa e più moderna articolazione del rapporto tra il ricercatore o il docente universitario e l’azienda ospedaliera. Per un docente medico potrebbe talvolta essere opportuno, anche in una logica di contaminazione di pratiche e saperi con altre realtà, poter svolgere la sua attività assistenziale anche al di fuori dell’Azienda Ospedaliera di Padova o di Treviso o in genrale della Regione Veneto. Questo risulta maggiormente sentito qualora un docente sia in possesso di competenze che rientrano poco o marginalmente negli obiettivi dell’Azienda Ospedaliera regionale, ma che invece trova specifici interessi assistenziali in sedi ospedaliere non collocate nella nostra regione. Il rilascio ai Professori e ai Ricercatori dell’autorizzazione allo svolgimento di incarichi esterni (alcune sono esclusivamente attività scientifiche o didattiche tipiche di un docente universitario quali ad esempio la partecipazione ad un comitato scientifico di un ente, una consulenza scientifica, una attività didattica seminariale ripetuta, ecc.) prevede per il ricercatore e docente in convenzione con l’Azienda Ospedaliera un percorso di autorizzazione complesso che richiede  l’autorizzazione preventiva sia dell’università a nome del Magnifico Rettore che dell’Azienda Ospedaliera. 

In questo ambito si vuole anche fare cenno all’importanza delle crescenti interazioni tra figure mediche e non mediche (ingegneri, psicologi, fisioterapisti, tecnici di laboratorio, ecc.) nelle attività assistenziali e di ricerca tipiche di una organizzazione lavorativa moderna e che saranno ampiamente valorizzate nella progettazione e costruzione della nuova città della salute. Sarebbe importante dar vita ad una profonda riflessione con riferimento alla programmazione universitaria nell’assunzione di nuovo personale tecnico al fine di valutare l’opportunità di inserire queste professionalità sempre più necessarie in un panorama innovativo dell’assistenza sanitaria. Tali figure potrebbero supportare notevolmente sia la ricerca che le attività assistenziali.